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Tratto da H. VISSERS dom., Vie Canoniale,


L’ideale Canonicale di Dom Grea. 1884 (pag. 284)

…Il punto di partenza di Dom Grea differisce da quello degli altri superiori ascoltati finora: non si tratta per lui di riformare o di rianimare semplicemente una branca esistente dell’Ordine Canoniale, ancor meno, di fondare una nuova congregazione nel senso stretto del termine. La sua opera è nata, si può dire, dal suo amore profondo per la Chiesa e dalla sua alta concezione del sacerdozio.
Il suo programma non ha nulla di un piano fatto a tavolino, stabilito su nozioni cerebrali, non è un ideale di vita basato su realtà soprannaturali, approfondite da una acuta intelligenza, sentite da un’anima di apostolo e vissute da un santo. Con dom Grea siamo lontani dall’atmosfera soffocante e dagli orizzonti sempre ristretti di un giardino chiuso. Il suo vasto sguardo abbraccia tutto il campo della Chiesa attraverso i secoli, soffermandosi a lungo sulle origini per portarsi poi, con maggior comprensione sul territorio della Francia contemporanea.
Alla vista di distruzioni e rovine invece di lamentarsi disgustato o di tuonare con collera, quest’uomo di Dio cerca di scoprire le cause, anche lontane, della decadenza ed il suo fiuto del divino gli permette d’interpretare le aspirazioni latenti del momento e di presentire i bisogni di domani. Egli proporrà i suoi rimedi con l’audacia e la tenacia di un ispirato dall’alto.
Nel piano di riforma morale, per lui, la restaurazione dell’Ordine Canoniale, s’impone e pur di giocarvi un ruolo importante dirà: “Mangerò delle pietre se è necessario, ma fonderò dei Canonici Regolari”. Che quella non sia stata una battuta fatta per caso, come la si potrebbe credere, ma realmente l’imperativo vitale che lo ha guidato nella sua opera di rinnovamento cristiano, lo dimostrano alcune citazioni. Avremo così anche l’occasione di conoscere la sua dottrina riguardo la natura e la funzione dei Canonici Regolari.
La maggior parte dei testi citati è tratta dal suo capolavoro: “De l’Eglise e de sa divine constitution” (1884) e dalle sue conferenze indirizzate a dei religiosi, oppure dal libro di Dom Benoit “La vie des clercs dans les siècles passés” (1915). Per la scelta siamo stati guidati sovente da uno dei migliori biografi: Mons. Vernet.
Lontano dal riassumersi in un’entità giuridica, per dom Grea “… la Chiesa è Cristo stesso; la Chiesa è la pienezza, il completamento del Cristo, il suo corpo ed il suo sviluppo reale e mistico: è il Cristo totale e completo” (cfr. “De l’Eglise..”). In seguito egli riprende questo tema paolino con maggior ampiezza, “è questa divina propagazione del Cristo che lo sviluppa e che gli dona questo completamento e questa “pienezza” che è il mistero stesso della Chiesa. E come c’era una gerarchia ed un ordine stabilito dell’umanità che procedendo da Adamo si propagava fuori di lui attraverso la serie delle famiglie umane, così c’è una gerarchia della Chiesa che procede da Cristo ed in questa propagazione dal Cristo che si estende fino a raggiungere le estremità della nuova umanità che è il suo corpo mistico e della nuova creazione che dipende da lui”. Testa e capo di questa immensa famiglia cristiana è il Cristo invisibile. In sua vece il vicario visibile, il Papa: “un organo ed un rappresentante attraverso i quali il governo della Chiesa universale non è mai esercitato nel suo proprio nome… così, tutto ciò che noi abbiamo detto sulla dignità di S. Pietro, ci mostra che egli rappresenta così perfettamente Gesù Cristo, che fa così strettamente con il capo divino della Chiesa una medesima persona gerarchica che la tradizione ha potuto, senza esitare, parlare di questo o di quello come di uno solo e dire di san Pietro ciò che non sembra convenire che a Gesù Cristo” (idem pag. 147). “I vescovi hanno, prima di tutto un’altra concezione del loro pontificato, un potere universale e che si estende per sua natura sulla Chiesa intera. Questo potere è la comunione stessa dell’ordine episcopale ed è distinto dal loro titolo, per il quale essi sono stabiliti vescovi propri di un popolo particolare” (idem 187). Il vescovo è quindi il capo della Chiesa particolare ma in dipendenza continua del vicario di Cristo, da cui riceve la sua missione. “Il vescovo dona la sua ultima perfezione alla Chiesa particolare formandosi in essa una cerchia di cooperatori. Per un’ultima effusione della missione sacerdotale, avrà un ordine di preti, inferiori in tutto all’episcopato, in quanto questi partecipano della sua virtù ma non possono trasmetterla… Essi sono il senato della Chiesa particolare e vi compongono questa assemblea che l’antichità chiamava: il presbiterio”. Ed ecco le ultime parcelle del sacerdozio “sulle quali scola qualche cosa della sovrabbondanza di grazia e dell’unzione che riempie la gerarchia sacerdotale. Sono i “ministri” propriamente detti, costituiti all’origine nell’ordine principale del diaconato… La Chiesa, fin dagli inizi, ha staccato dal diaconato diverse parti delle sue anguste funzioni; ella ha fatto derivare da questo ordine, unico e principale, gli ordini multipli e distinti dei ministri inferiori”.
Nello Studio più dettagliato della Chiesa particolare, come nelle sue conferenze, l’autore si sforza di rivalorizzare le funzioni di questi ministri inferiori e mostra che essi costituiscono il più bell’ornamento della Chiesa locale e che la loro presenza ne indica la vitalità ed il vigore.
Si presagisce il ruolo di elezione che il teologo riserva al collegio canoniale. Senza questo insieme armonioso, senza questa concezione grandiosa della Chiesa e del sacerdozio, è impossibile comprendere l’ideale canoniale di dom Grea. Bisogna ritornare all’antico “presbyterium” nato dal fervore della Chiesa, dalla santità dei chierici e, non chiamato alla vita da un fondatore, l’Ordine Canoniale che fa parte della struttura intima del corpo del Cristo continuato, essenzialmente clericale, esso si innesta direttamente sul ministero episcopale. Il canonico sarà dunque il prete gerarchico per eccellenza, ma il vero canonico sarà regolare, cioè, professerà la perfezione evangelica. Nessuna incompatibilità tra sacerdozio diocesano e professione religiosa, al contrario, dom Grea vi vedrà, dirà il suo biografo, “una affinità essenziale ed originale”.
Ecco d’altronde egli stesso, citando su questi argomenti degli estratti del secondo tomo: “se dagli inizi della libertà religiosa, l’istituto degli asceti si separò dal resto del popolo per assumere un’esistenza distinta e formare l’Ordine Monastico, in seno al clero una simile divisione tra l’elemento religioso e l’elemento secolare non ebbe luogo subito ed è per questo che l’Ordine Canonico, che è il Clero stesso, si sviluppò conservando a lungo nel suo seno l’unione mal definita della vita religiosa e di una vita meno perfetta. Il motivo è facile da intuire: la Chiesa invitava caldamente i suoi chierici ad abbracciare la vita apostolica, esigendo con forza maggiore dagli ordini più elevati, essa ha voluto vederli tutti nella pratica dei consigli evangelici e nel distacco completo dai beni della terra perché esiste tra il sacerdozio e questo distacco una segreta e profonda alleanza”. Parlando della disciplina  monastica (astinenza, digiuno e lavoro manuale) l’autore non vuole “comprendervi (trattare) in modo speciale le sacre veglie e le sante salmodie, poiché in questo caso i monasteri non hanno nulla che non sia loro comune con tutte le altre Chiese”. Ciò non è forse conforme a quello che abbiamo visto nell’episcopato di Ippona e altrove? Ricordiamoci l’origine della liturgia delle ore. Ma cessiamo di interrompere il conferenziere, poiché ha ancora delle cose molto interessanti da comunicarci riguardo alle osservanze monastiche e canoniali e sull’evoluzione dei due istituti: “i Canonici Regolari, infatti, rappresentano nel mondo (fuori della Riforma) in tutto il suo vigore, lo stato primitivo ed apostolico dei chierici e sempre i diplomi apostolici ed i testi dei dottori li mostrano come i successori degli apostoli e degli uomini apostolici e gli eredi del loro genere di vita in seno alla Chiesa. Nell’indipendenza che gli è ormai acquisita, l’Istituto dei Canonici Regolari dovette, per forza di cose, trovarsi singolarmente avvicinato all’Ordine Monastico, elevato ovunque al sacerdozio. Essi sono chierici per essenza, ci dice s. Tommaso, mentre i Monaci lo sono divenuti per caso. Ma in realtà, l’Ordine Canonico Regolare e l’Ordine Monastico ci presentano entrambi, nelle loro fondazioni, Chiese canonicamente costituite e servite da un clero titolare che fa professione di vita religiosa. Anche le osservanze degli uni e degli altri tendono naturalmente a ravvicinarsi e pure a confondersi. La causa sta non solo nella somiglianza delle cariche ma anche nelle origini storiche della disciplina claustrale. Noi l’abbiamo detto, s. Benedetto, la cui regola è divenuta la magna carta dell’ordine Monastico, non ha fatto e preteso fare che di formulare e precisare l’antica e primitiva tradizione della vita ascetica. Ora, agli inizi della Chiesa, questa tradizione era stata comune per natura di cose, ai chierici ed ai laici religiosi. Questi ultimi (gli asceti), che furono la semenza da dove uscì l’Ordine Monastico, lontano dall’avere una disciplina a parte, al contrario, prendeva a modello i chierici, discepoli degli apostoli, ed i loro pastori nei quali vedevano rifiorire la disciplina apostolica. I chierici si davano la forma del gregge per la perfezione del loro genere di vita e gli asceti, o monaci primitivi, ambivano avvicinarsi di più degli altri fedeli a questi esemplari di vita apostolica che erano loro proposti; essi non avevano altri maestri né superiori che i vescovi ed i sacerdoti.
Così i primi rudimenti della vita monastica colarono dal clero sull’Ordine laico e quando i religiosi di quest’ordine si separarono per costituire i primi monasteri vi portarono questi insegnamenti che, sviluppandosi, diventarono le “regole monastiche”. Queste osservanze, nella loro sostanza e per la loro origine, appartengono dunque sia al clero che ai  monaci, anzi furono i chierici che le insegnarono ai monaci come alle loro più care pecorelle. E’ dunque per un comune possesso e non per un prestito fatto a fonti straniere, che l’Ordine Canonico si trova nell’antichità e nei secoli successivi ad usare delle osservanze simili a quelle dell’Ordine Monastico… Per il resto, se da una parte l’Istituto dei Canonici sembra avvicinarsi all’Ordine Monastico per le sue osservanze, quest’ultimo, caricandosi del governo della Chiesa e lasciandosi iniziare al sacerdozio aveva trovato nell’Ordine Canonico Il tipo di gerarchia delle grandi Chiese e dei titoli minori e l’aveva imitato con l’istituzione dei grandi monasteri ed i punti di vicinanza dei due ordini si ritrovano sotto questi due aspetti”.
Per concludere noi chiederemo a dom Paul Benôit, eco fedele della dottrina del maestro, di riassumerci l’essenziale del loro ideale canoniale. Voi state per ascoltare qualche estratto dell’epilogo del suo libro: “la vie des Clers dans les siècles passés”.
• Il primo elemento della vita canonicale, derivante dal suo nome di chierico e dalle parole stesse del Pontificale, è lo stato di perfezione evangelica: "il Canonico, nel senso storico del termine, è il chierico che vive conformemente a questo canone dei chierici, la cui vita è l’espressione del nome stesso della chiericatura, che osserva gli impegni della presa dell’abito, che vive di rinuncia per vivere di contemplazione, che è crocifisso con Gesù Cristo per vivere risuscitato con lui, che abbraccia e pratica i consigli evangelici in tutta la loro pienezza, in una parola che è chierico religioso e regolare”.
• Il secondo elemento sarà il servizio ordinario di una Chiesa: “il Canonico è unito dal titolo ad una Chiesa particolare ed impegnato nel servizio ordinario di questa Chiesa… E’ il chierico gerarchico dello stato perfetto, cioè il chierico che fa professione di praticare i consigli evangelici nel servizio ordinario di una Chiesa. Da ciò ne consegue che il canonico ha un doppio servizio ordinario: il servizio di Dio ed il servizio dei fedeli, il servizio di Dio attraverso la preghiera liturgica del giorno e della notte, come è stata istituita dagli Apostoli e consacrata dalla pratica nel corso della storia, il servizio dei fedeli mediante la predicazione, l’amministrazione dei sacramenti e tutti i doveri della carità spirituale stessa, se può e vuole, della carità corporale.
• In terzo luogo, il canonico è l’uomo della penitenza. E’ l’uomo della penitenza perché:
1- fa la professione dei consigli evangelici
2- è al servizio della Chiesa
A questo titolo deve compiere nella sua carne ciò che manca alla passione di Gesù Cristo per il suo corpo che è la Chiesa”
La restaurazione di questo ideale nel clero gerarchico sarebbe, agli occhi di dom Benôit e del suo pedagogo nel libro “Vie Canoniale” il rimedio più efficace ed unico per un vero rinnovamento della Chiesa. Così il suoi libro si conclude con una fervente preghiera implorante lo Spirito Santo a promuovere ed a realizzare questa gigantesca riforma.


 
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