23 anni di presenza CRIC in Brasile
Cercando di riassumere questi 23 anni di presenza CRIC in Brasile, vorrei ricordare una citazione di Dom Gréa. Preferisco citarla integralmente e in francese.
"Dans les pays de mission, on ne fait pas le principal, même quand les missions sont fleurissantes, si la vie hiérarchique ne s'organise pas avec les indigènes. Il y a entre la mission et une église constituée la différence d'une fleur parfois magnifique et mise dans un vase avec la fleur moins brillante, peut-être, mais enracinée... Il faut faire un clergé indigène régulier et hiérarchique, mais pas avec la méthode sulpicienne, car avant de faire un Monsieur de St. Sulpice, il faut commencer par faire un européen... Ne cherchez pas à faire des Européens. C'est vous qui, comme St. Paul, devez vous faire Chinois, Japonais, "Omnia Omnibus". Mangez comme eux du riz à l'huile de ricin ou des boulettes de farine comme les Arabes. Construisez des maisons comme le leurs. Est-ce que St. Paul, St. Denys ont cherché à implanter la civilisation romaine chez leur peuples? St. Martin et d'autres sont plutôt devenus moins barbares que séculiers européens. Non, ne l'amenez pas en Europe votre nègre intelligent qui va y mourir poitrinaire. Gardez-le trente ans dans la vie monastique ou canoniale, dans la pratique des observances régulières et à l'abri de la vie commune. Et après cela, ordonnez-le prêtre en le laissant religieux. Multipliez l'opération et vous aurez un vrai clergé". Dalla Lettera del 30.6.1903 di Dom Gréa all'amico M. Delpech; citazione di P. BROUTIN, L'Idée de Dom Gréa, in NRT 4(1939) 478-479.
Quanto a me, divenne subito chiara l’idea della possibilità di unire vita canonicale e vita missionaria. Chiedevo al superiore generale CRIC di quel tempo, il caro p. Louis De Peretti, di raccontarmi sui suoi viaggi in Canada e in Peru, di ricordarmi le storie dei nostri missionari. E ancora, giovanissimo seminarista, quando i padri venivano al seminario di Montichiari mi incantavo ad udire i loro racconti. Erano i padri Papillon, Noël, Beracochea, Bortolotti, Dubé ed altri. A Roma era il padre Pietro Ciaffei che ci raccontava della sua lunga esperienza missionaria in Perù.
Già in quegli anni dunque c’era in me questa “irrequietezza” missionaria. Cominciò a concretizzarsi nel 1984 quando iniziammo la nostra presenza CRIC in Brasile: io arrivai in aprile, p. Fiorenzo e Maria Ausilia Oddo in novembre, p. Giuseppe Chiarini giunse nel 1987. Nel dicembre del 1997, fu ordinato il primo cric brasiliano, p. Jandir Luiz Hess.
Inizialmente ci insediammo nella diocesi di Jataí, avendo in cura le parrocchie di Itajá, Itarumã e Caçu. La diocesi di Jataí si trova nella regione sudovest del Goiás. Qui siamo rimasti fino alla fine del 1986. In seguito alla morte di Vilmar José de Castro, assassinato il 23 ottobre 1986 a Caçu, ci siamo trasferiti al sud, nella diocesi di Chapecó in Santa Catarina. Vilmar aiutava nella parrocchia di Caçu e fu ucciso a mando dei latifondisti. In Santa Catarina restammo per ben 13 anni, curando le parrocchie di Palma Sola e di Anchieta, due municipi nella regione Ovest, ai confini con l’Argentina. Nel 1996, p. Giuseppe Chiarini, insieme a Maria Ausilia, la figlia adottiva Karine e tre seminaristi, si installa a Brazabrantes, una piccola parrocchia a nord di Goiânia, capitale dello stato del Goiás. E nel 1999 tutta la comunità si riunisce a Brazabrantes. Qui fu costruito un seminario ed una casa per 5 fratelli orfani, dati in custodia a noi dal giudice dei minori. P. Fiorenzo Bertoli guidò tutto questo lavoro. La ragione del ritorno in Goiás è semplice: l’arcivescovo di allora, Dom Antonio Ribeiro de Oliveira, fu il primo a rispondere positivamente alla nostra richiesta di ottenere parrocchie piccole e vicino ad un centro urbano che potesse offrire gli studi superiori ai nostri seminaristi. L’archidiocesi di Goiânia soddisfaceva la nostra richiesta.
Così oggi svolgiamo il nostro ministero nelle parrocchie di Brazabrantes, Goianira, Caturaí e Santo Antônio de Goiás. La sede centrale è nel municipio di Goianira, ma praticamente a due passi da Brazabrantes.
Fin qui, molto succintamente il ricordo di qualche evento saliente di questi anni.
Ora vorrei ritornare al testo di Dom Gréa. So che senz’altro diversi lettori vorrebbero leggere “storie” missionarie di stile classico in cui i missionari si imbattono con intemperie, bestie feroci e fatti curiosi. Bene, niente di tutto questo, o meglio, la vita è curiosa e speciale ovunque la si vuol vivere. La missione non è un dovere esclusivo dei missionari, ma di ogni cristiano. La radicalità del Vangelo è per ogni cristiano, come ci ricorda Enzo Bianchi.
In altre parole, direi che l’esperienza missionaria ha le sue tappe. Vorrei tentare di descriverla con una analogia. All’inizio la novità di tutto l’ambiente era il centro dell’attenzione e qui va l’analogia, cioè, fotografavo ogni cosa. Poi col tempo, la fotografia lascia il posto alla riflessione sulle cose e gli eventi che si vivono. Poi la riflessione cede il posto alla contemplazione della vita che si vive, come se ogni istante fosse l’ultimo.
Nei paesi di missione, Dom Gréa suggerisce di fare la “cosa principale”: organizzare la vita gerarchica con i propri indigeni. La missione può essere fiorente, ma se non si preoccupa di dare vita ad un clero locale, ad una chiesa locale può correre il pericolo di diventare una imposizione culturale, importata da fuori. Peggio, trattandosi di congregazioni, può essere una nuova “tratta di schiavi” in vesti moderne, ma non meno colpevoli. Andare in missione per “riempire” i conventi vuoti dell’Europa non è senz’altro compiere il comandamento del Signore: “andate ed annunciate a tutti i popoli la Buona Novella”.
Dom Gréa usa un’altra analogia, fantastica e delicatissima: “Tra la missione e una chiesa costituita c’è la differenza di un fiore forse magnifico, collocato in un vaso con un fiore meno appariscente, forse, ma radicato…” Quanto è vera questa verità e come valorizza la “verità” locale della missione: un fiore che abbia le sue radici ha più vita, più senso, più dignità che un fiore sradicato e trapiantato fuori dal suo humus.
“Bisogna fare un clero indigeno regolare e gerarchico, ma non secondo il metodo sulpiciano, perché prima di fare un Monsignore di St. Sulpice, bisogna iniziare a fare un europeo… Non cercate di fare degli europei… Nel 1903 Dom Gréa ebbe il coraggio di scrivere questo, in piena epoca in cui molte congregazioni religiose europee si lanciarono alla missione, senza dubbio motivate da fini nobilissimi (annunciare il vangelo) ma, purtroppo, ancorate alla zavorra ideologica e culturale di “esportazione” delle forme e dei modelli della cristianità europea.
Basta vedere un po’ più da vicino la storia di tante congregazioni per constare l’“insuccesso” del metodo del cristianesimo esportato. Lo stesso vale per i proprio figli di Dom Gréa: quanti nostri padri francesi si “immolarono” nelle missioni del Canada e del Peru, ma non si preoccuparono di far nascere un clero locale. O meglio, senz’altro si preoccuparono, ma forse, proponendo modelli culturali europei. Evidentemente, non dettero i frutti sperati.
Ed è il rischio che corriamo tutt’oggi. Continuiamo la lettura di Dom Gréa.
Dovete essere voi, come S. Paolo, che vi dovete fare Cinesi, Giapponesi, “Omnia Omnibus”. Mangiate come loro del riso all’olio di ricino o delle palline di farina come gli Arabi. Costruite case come le loro. Forse che S. Paolo e St. Denys hanno cercato di impiantare al civilizzazione romana presso i loro popoli? S. Martino e altri sono divenuti meno barbari piuttosto che secolari europei.
Ecco ciò che oggi teologi, missionari, Magistero della Chiesa chiamano “inculturazione”: il missionario scopre nella cultura locale, sotto forme proprie, lo stesso Vangelo. Quindi non si tratta di convincere l’africano a farsi la casetta all’italiana e nemmeno di fare cantare all’indio dell’Amazzonia l’Adeste Fideles il giorno di Natale. Non si discute la bellezza del canto gregoriano, si obietta la pretesa di volerlo come unico canto liturgico in ogni parte del mondo.
Qualcuno potrà dirmi che tutto questo è pacificamente superato, già che il Concilio Vaticano II riportò la liturgia alle lingue autoctone. E’ vero, ma solo in parte. Se passiamo al campo della morale, del governo, dentro la Chiesa, come siamo lontani da una vera inculturazione. Proprio ieri sera, un parroco giovane, mio vicino, venne a celebrare qui in parrocchia per la festa del patrono S. Antonio. Confesso di essere stato cattivo nei miei sentimenti, ma sentirlo scimmiottare un Vangelo cantato alla moda gregoriana e così altre parti della messa mi chiedevo se la riforma liturgica consista solo in questo… Celebrare non è indulgere alla teatralità, ma fare “anamnesi” del Signore Gesù.
Direi che è imperativo celebrare insieme, non solo ripetere gesti, è imperativo “far parlare” i simboli da se stessi e abbandonare la mania di “spiegarli”. Simbolo spiegato, oppure simbolo che non dice più niente, non serve a nessuno.
Ho ancora la chiara sensazione che anche qui in missione si stia “impiantando la civilizzazione romana”. Perciò il nostro sforzo di entrare nella mentalità di questa gente, di dire la vita con le loro parole e di celebrarla con i loro riti e miti. La propria Parola di Dio, il suo stesso Verbo, non hanno potuto fare a meno della mediazione umana e di un popolo tra i tanti su questa terra.
“No, non portate in Europa il vostro negro intelligente, perché vi morirebbe pancione. Tenetelo trenta anni nella vita monastica o canonicale, nella pratica delle osservanze regolari e al riparo della vita comune. E dopo sì, ordinatelo sacerdote, lasciandolo religioso. Moltiplicato l’operazione e avrete un vero clero.”
Ecco perché preferiamo tenere i nostri seminaristi qui in Brasile. Senz’altro non hanno le famose università romane in cui studiare. Non hanno le risorse di cui dispongono i loro fratelli in Europa. Addirittura, i nostri, lavorano la terra, mungono le mucche. Certamente non è questa particolarità che li renda più o meno degni, preparati o no, più bravi o meno bravi. Se vogliono essere un giorno sacerdoti “con” questa gente, non possono dimenticare la vita della gente, una vita molto più vulnerabile da una parte e, dall’altra, molto ricca di fede.
Nelle situazioni attuali è ancora visibile la ricerca del seminario come “status” di vita più che sequela di una vocazione. Questo fa emergere che, dopo tutto, il seminario è ancora un luogo di fate, dove la vita è garantita, lo studio è gratuito, ecc… Perciò cerchiamo di far capire ai nostri seminaristi di tenere i piedi per terra e non dimenticare le loro radici. Così come noi missionari europei, faremmo un grande sbaglio a dimenticare le nostre radici: sarebbe l’altra faccia della medaglia dell’esportazione di un modello culturale di Vangelo.
La missione vuole che comprendiamo il ritmo di questa gente, che possiamo camminare con lei, insieme. Ogni popolo e cultura ha pregi e difetti. Quindi non si vuol demonizzare né ostentare santità impossibili, ancor meno perdere tempo in diatribe sterili, proprie di chi ritiene “unico e assoluto” il “suo” modo di vivere o di interpretare il Vangelo.
Ciò che mi dà gioia è constatare che il pensiero di Dom Gréa a rispetto della missione lo ritroviamo nella bellissima Evangelii Nuntiandi di Paolo VI. Pensiamo ai Bartolomeo de las Casas, ai Montesinos, ai José de Anchieta, veri apostoli latinoamericani, gira e rigira non ci vuole molto per capire la missionarietà della Chiesa: basta avere l’umiltà di aprire gli occhi. E ci sono ancor oggi i Tomás Ortis alleati ai Pizzarro che usano l’ideologia religiosa per imporre, ipocritamente, il dominio sui più poveri.
Alla nostra comunità CRIC qui in Brasile resta ancora molto cammino da fare. Non sono mancati i peccati di non testimonianza di amore fraterno, come del resto ci ha unito e ci unisce tutt’ora il desiderio di vivere l’ideale canonicale propostoci da Dom Gréa. E’ evidente che il nostro ritmo di qui sia differente, lo stesso modo di pregare, di vivere la pastoralità nelle nostre comunità ecclesiali. Lo stesso Dom Gréa, non giustificava forme fine a se stesse per alleggerire le norme di vita nelle comunità canadesi, ma come buon padre, saggio, permetteva, perché capiva, il modo di vita e di testimonianza dei suoi missionari, mitigando alcune regole. Lo stesso vale per noi qui in Brasile. Non posso non ricordare l’appoggio profondo dell’attuale Superiore generale CRIC, p. Andrea Italo Sorsoli e quello di diversi confratelli.
La nostra famiglia religiosa, qui in Brasile è composta in questo modo: un novizio, Silvionei, suo fratello Delorge, due teologi, Renato e Silvio, 4 sacerdoti di cui uno brasiliano (p. Fiorenzo, P. Tino, P. Giuseppe e P. Jandir), due missionarie volontarie, M. Ausilia (italiana) e Janete (brasiliana) e cinque giovani che vivono con noi: Karine, figlia adottiva di M. Ausilia, Cleci e Cleonice, sorelle dei due giovanotti Adenir e Roberto.
C’è chi ha interpretato la nostra presenza CRIC qui in Brasile come una disobbedienza, come una velleità personale del sottoscritto e di quelli che l’hanno seguito. Ciò che gli altri pensano ci interessa, ma non può condizionare il nostro sogno: fondare una comunità CRIC in Brasile. Perché è di questo che si tratta. Non siamo venuti in mezzo ai poveri per rifocillarci di vocazioni, solo per far fronte alla carenza vocazionale europea. Ci interessa far nascere dei CRIC brasiliani, come altri Canonici Regolari hanno già fatto, per esempio, i Lateranensi.
Siamo qui in missione, anche per lasciarci evangelizzare dai poveri, la cui vita denuncia la disumanità di una ideologia economica imposta dai paesi ricchi. E’ terribile notare come vengono sacrificate tantissime vite umane per causa del dio denaro. Evidentemente la chiesa dei poveri ha il suo impatto su di noi, tradotto poi in termini di ricerca del necessario e abbandono del superfluo, di maggior semplicità e autenticità. Il che non vuol dire fare i pezzenti o non curarsi anche dei luoghi di culto. In tutto ci deve essere dignità, segni efficaci, direi soprattutto, mistagogia.
Come figli di Dom Gréa amiamo la liturgia, anche qui intesa non come una anacronistica ostentazione di riti del passato, bensì come espressione di una delle caratteristiche fondamentali della persona umana: la celebrazione, la capacità di cantare la vita, richiamando sempre il mistero pasquale come centro della nostra esistenza. Non importa se si celebra in una basilica o sotto un albero: questi sono mezzi. Il fine è celebrare la gloria di Dio. Sant’Ignazio di Antiochia ci ricorda che questa gloria di Dio è la persona vivente, cioè ogni essere umano. A volte sono celebrazioni con grandi moltitudini, a volte con gruppi piccolissimi. E’ necessario portare l’Annuncio a tutti, celebrando, vivendo con le persone, condividendo i loro momenti, sia tristi che gioiosi. La frazione del pane non può ridursi a mera azione simbolica; deve essere condivisione reale e concreta, altrimenti sì corriamo il grave pericolo di ripetere solo dei miti che oggi non avrebbero più niente da dire all’uomo contemporaneo.
Desideriamo che la nostra comunità CRIC in Brasile non perda il suo aspetto locale, come lo pensava Dom Gréa: una casa maggiore, centrale, la casa di tutti, e all’intorno i piccoli priorati, piccole comunità dedicate al ministero e traducendo in pratica la vita fraterna nelle sue forme più differenti.
Dom Gréa parlava di digiuni e astinenze, ma mai come fine a se stesse. Se oggi lui vivesse qui in mezzo a noi non avrebbe difficoltà a riconoscere ed accettare che tutte queste pratiche sono forme della condivisione: digiunare per condividere l’alimento con chi non ne ha; praticare l’elemosina non come atto liberatorio del nostro superfluo, ma come segno concreto di fraternità.
E poi la preghiera, tanto personale come comunitaria, è espressione di comunione di intenti, di reciproco affetto tra noi, di sintonia col mistero pasquale di Gesù che si prolunga nelle comunità cristiane.
Infine una domanda: noi CRIC brasiliani, viviamo tutto questo? No, ma ci proviamo, ogni giorno, coscienti che la bontà del Signore non si misura in base ai nostri meriti; piuttosto Lui la riversa su di noi per la sua infinita misericordia.
A nome della mia comunità brasiliana, confratelli e laici, uomini e donne, mando il nostro caro saluto a quanti ci hanno amato e ci amano in tutti questi 23 anni.
p. Tino Treccani – cric